Ela Elyakim 12 anni. Rapita da Hamas a otto anni nel kibbutz di Nahal Oz insieme alla sorella Dafna, 51 giorni di prigionia.
Ci hanno portato in una specie di gabbia, come quella dei cani, solo un po’ più grande.
A chi le ha chiesto dove avesse trovato la forza per resistere ha risposto con due parole: «Mia sorella». Oggi, dice, «sto bene. Ho superato la cosa più difficile di tutte».
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Trascrizione del dialogo sul palco con la giornalista Hoara Borselli.
Ela, come stai?
Sto bene.
Come ti senti?
Mi sento bene, dopo tutto.
Prima di tutto, grazie mille per essere venuta in Italia e per essere venuta a parlare davanti a tutte queste persone. È molto, molto importante.
Sì. È importante creare consapevolezza.
Le persone qui vogliono sentire che cosa ti è successo il 7 ottobre. Allora cominciamo a raccontare la storia così come è accaduta, quando avevi otto anni, il 7 ottobre, una data che tutti conosciamo. Che cosa è successo?
In realtà, il 7 ottobre, alle sei del mattino, è iniziato tutto il caos. Verso le sei e mezza i terroristi di Hamas sono arrivati a casa nostra.
Avevate sentito le sirene?
Sì.
E poi, verso le sei e mezza, sentite delle persone fuori. Che cosa succede? Dove vi trovate in quel momento? E racconta con chi sei.
Quando loro erano nel kibbutz, a Nahal Oz, io e mia sorella Dafna eravamo nel Mamad (Merhav Mugan Dirati, “spazio abitativo protetto”), la stanza protetta della casa, e nostro padre era in salotto.
Quando li vede avvicinarsi, tuo padre corre da voi nel Mamad e vi dice di nascondervi sotto il letto. Quindi vi trovate nella stanza in cui bisogna stare quando ci sono le sirene, perché significa che ci sono dei missili. Ma in realtà non c’erano soltanto missili: erano entrati dei terroristi da Gaza nel kibbutz, giusto? E voi vi nascondete sotto il letto.
Sì.
E con chi sei in casa? Con tua sorella?
Sono con mia sorella e con il figlio di Dikla, Tomer Arava Eliaz.
Dikla è la compagna di tuo padre?
Dikla è la compagna di mio padre.
E tua madre si trova in un altro posto, perché i tuoi genitori non vivono insieme?
Sì.
Poi i terroristi entrano nella zona ed entrano in casa vostra. Che cosa succede?
Eravamo nel Mamad. Poi hanno preso Dikla e mio padre e li hanno fatti sedere da qualche parte. Hanno chiesto dove fossero i bambini. Sapevano che c’erano dei bambini in casa.
Poi hanno trovato sotto il letto me, mia sorella e Tomer. Ci hanno portati a sedere insieme a loro e poi hanno aperto una diretta.
Quindi vi portano in salotto e qualcuno prende un telefono e comincia a trasmettere tutto su Facebook.
Sì.
A quel punto lo abbiamo visto anche noi, tutti in Israele. Tuo padre era ferito. Poi dicono a Tomer, il tuo fratellastro: «Vieni con noi». Dove lo hanno portato?
Lo hanno portato con loro perché, se le persone del kibbutz avessero sentito una voce che conoscevano, forse sarebbero uscite. Ma non servì molto, perché sapevano che fuori c’erano dei terroristi.
Quindi hanno detto a Tomer di bussare alle porte?
Sì.
E di dire alle persone di uscire?
Sì.
Poi, a un certo punto, prendono te e tua sorella. Tu hai otto anni. Tua sorella quanti anni ha?
Quindici.
E vi portano in macchina?
Sì.
E cominciate a viaggiare verso Gaza?
Sì, ma prima eravamo in macchina con Dikla e mio padre. Poi siamo arrivati alla stalla, dove c’erano tutte le mucche. La macchina non funzionava più, quindi hanno lasciato Dikla e mio padre nell’auto e hanno preso me e mia sorella Dafna, mettendoci in un’altra macchina che probabilmente era in moto, o accesa, o qualcosa del genere. Con quella ci hanno portate a Gaza.
Dikla è stata uccisa, Tomer è stato ucciso e, più tardi, abbiamo scoperto che anche nostro padre era stato ucciso.
Quindi soltanto tu e tua sorella, da sole con i terroristi in macchina, andate verso Gaza.
Sì.
Dove vi hanno portato?
Ci hanno portato in diverse case.
Nella prima casa io ero ferita alla mano e mia sorella all’orecchio. Mi hanno ricucito due dita nella prima casa in cui siamo state. Poi ci hanno portate a una specie di ambulanza di Gaza e hanno ricucito l’orecchio di mia sorella Dafna.
E lì sei soltanto con tua sorella?
Sì.
Poi, nei giorni successivi, passate in altre case. I terroristi vi sorvegliavano?
Sì. C’erano circa tre terroristi che ci sorvegliavano. Uno, per esempio, era nel salotto, e ce n’erano altri che parlavano con le donne che erano lì.
E voi non sapevate che ci fossero altri israeliani a Gaza, giusto?
No. Pensavamo di essere soltanto noi.
Che cosa vi raccontavano?
Ci dicevano che non volevano che tornassimo, che non ci volevano.
Chi non vi voleva?
Dicevano che il popolo di Israele non ci voleva indietro, che saremmo rimaste lì e saremmo cresciute a Gaza.
A un certo punto vi portano sottoterra, giusto? Racconta com’era. Descrivi quello che hai visto.
Ci hanno portato in una specie di gabbia. Una gabbia simile a quelle per i cani, solo un po’ più grande.
Dove, sottoterra?
Sì.
Vi hanno fatto scendere e lì c’era una gabbia?
Sì. C’era una specie di gabbia. Ci hanno raccontato che avevano pianificato tutto da anni, che avevano pianificato proprio il 7 ottobre per circa sei anni e che avevano scavato i tunnel per diversi anni.
Ed eravate lì, dentro i tunnel. Poi avete visto che c’erano anche altri israeliani a Gaza, giusto?
Sì. In pratica coprivano la gabbia e poi facevano entrare altre persone, così noi non potevamo vederle.
In modo che non sapeste chi fossero, se ci fossero altre persone, chi, che cosa.
Dimmi, che cosa mangiavi lì per tutto quel tempo?
Non c’erano molte possibilità. C’erano fave oppure pita con za’atar. Dipendeva da quello che mangiavano loro. Se, per esempio, loro non mangiavano, non mangiavamo neanche noi. Se mangiavano carne, anche se non era kosher, noi non la mangiavamo.
E per tutto questo tempo vi dicevano che in Israele non vi volevano e che sareste rimaste lì.
Sì.
Quanto tempo siete rimaste nel tunnel?
Nel tunnel o in totale a Gaza?
In totale a Gaza.
A Gaza sono rimasta 51 giorni. Nel tunnel siamo state una o due settimane.
E che cosa succede dopo 51 giorni?
Nel tunnel ci comunicano che stiamo per tornare a casa. A quel punto non gli credevamo davvero, perché continuavano a dirci: «Tornerete, tornerete da vostra madre», e poi ci ingannavano continuamente.
Continuavano a mentirvi dicendo che sareste uscite.
Sì.
Poi, il cinquantunesimo giorno, vi fanno uscire e vi trasferiscono alla Croce Rossa.
Sì.
E che cosa succede?
Quando eravamo con la Croce Rossa e stavamo viaggiando, uno dei bambini lì, il figlio di uno dei terroristi, ha lanciato una pietra contro il finestrino della Croce Rossa. Ha colpito mia sorella alla schiena e lei ha riportato dei tagli provocati dai vetri.
Poi la Croce Rossa vi trasferisce e arrivate in Israele, giusto? Dai militari?
Sì. E dai militari siamo arrivate da mia madre, che ci ha raccontato che mio padre, Tomer e Dikla non erano più vivi.
Quindi siete rimaste soltanto tu, tua sorella e tua madre, che quel giorno si trovava in un altro posto.
Sì.
Che cosa hai provato quando hai visto tua madre?
Ho provato una specie di vittoria, perché la vedevo di nuovo. L’ultima volta che l’avevo vista era stata 51 giorni prima.
Sul tuo corpo sono rimasti dei segni di quel giorno, giusto?
Sì.
Che cosa hai?
Ho delle schegge di un proiettile di fucile e per questo mi hanno anche ricucito le dita.
Questo nel corpo. E nella mente? Che cosa pensi che ti sia rimasto, guardando indietro dopo quasi tre anni?
Mi sono rimasti ancora dei ricordi. Se vedo qualcosa che mi ricorda le cose che mi sono successe lì, non entro in ansia o qualcosa del genere. Semplicemente mi ricorda un po’ la prigionia.
Dimmi, tua madre, che è qui con noi, ha combattuto moltissimo per te e per tua sorella, anche attraverso i media italiani, perché siete cittadine italiane. Ha parlato molto e il popolo italiano ha sostenuto molto Israele. Perché sei qui oggi? Perché era importante per te venire? Quando te lo abbiamo proposto hai detto che volevi venire.
Perché altre persone sappiano quello che ho vissuto, quale sia la storia del popolo di Israele, che sappiano che cosa ci è successo.
Questa settimana avete avuto due belle notizie in famiglia, giusto?
Sì.
C’è una specie di happy end questa settimana.
Sì.
Cominciamo da tua sorella. Che cosa è successo a tua sorella?
Mia sorella si è arruolata nell’esercito, nelle Forze di Difesa Israeliane.
Quindi adesso ha 18 anni.
Sì.
E va nell’esercito come tutti. E ieri, proprio prima che salissi sull’aereo, avete ricevuto una telefonata dall’esercito. Che cosa vi hanno detto?
Che uno dei terroristi di Hamas che ci teneva prigioniere era stato ucciso.
Lo hanno preso?
Sì.
Lo hanno ucciso?
Sì.
E ieri ve lo hanno comunicato. Quindi è stata una buona settimana. Davvero.
Come stai oggi?
Sto bene. Ho superato la cosa più difficile di tutte.
Deve essere stato molto difficile per una bambina. Da dove hai tratto la forza durante quei 51 giorni? Sai spiegarlo?
Mia sorella mi ha dato la forza di resistere.
E di non pensare davvero che nessuno ci volesse, perché invece volevano che tornassimo.
Che cosa vuoi che sappiano le persone che sono sedute qui adesso? Quale messaggio vuoi trasmettere loro?
Che adesso sto bene e che anche il popolo di Israele sta ancora bene, si può dire.
Grazie mille.
Grazie mille.