Aviva Siegel abbraccia una giovane donna; accanto, Ela Elyakim sorride

Milano · 25 settembre 2026 · com’è andata

Donne: la libertà è
sempre di moda

Le voci delle sopravvissute a Milano: «la libertà non è scontata».

01 Com’è andata

Una bambina rapita da Hamas, una donna yazida sequestrata dall’ISIS, un’ex ostaggio del 7 ottobre, un’attivista afghana e una dissidente iraniana.

Sono state soprattutto le loro testimonianze a segnare il convegno organizzato dal Milton Friedman Institute al Centro Congressi Assolombarda, durante la Milano Fashion Week: quattro panel dedicati alla libertà femminile, al terrorismo, alla sicurezza e all’impegno della moda.

Un evento che ha portato in Italia testimonianze inedite, e una vicinanza straordinaria fra le testimoni, arrivate da Paesi e da storie molto diverse. In sala anche le istituzioni: senatrici, deputati, consiglieri regionali, il Comune di Milano, con le lettere di ministri e del presidente della Regione.

5 testimonianze dirette · 4 panel · 1 messaggio: i diritti delle donne sono universali

02 Le voci

Cinque storie che nessuno in sala dimenticherà.

Ela Elyakim parla al microfono sul palco

Ela Elyakim 12 anni. Rapita da Hamas a otto anni nel kibbutz di Nahal Oz insieme alla sorella Dafna, 51 giorni di prigionia.

Ci hanno portato in una specie di gabbia, come quella dei cani, solo un po’ più grande.

A chi le ha chiesto dove avesse trovato la forza per resistere ha risposto con due parole: «Mia sorella». Oggi, dice, «sto bene. Ho superato la cosa più difficile di tutte».

Leggi la testimonianza integrale di Ela Elyakim

Trascrizione del dialogo sul palco con la giornalista Hoara Borselli.

Ela, come stai?

Sto bene.

Come ti senti?

Mi sento bene, dopo tutto.

Prima di tutto, grazie mille per essere venuta in Italia e per essere venuta a parlare davanti a tutte queste persone. È molto, molto importante.

Sì. È importante creare consapevolezza.

Le persone qui vogliono sentire che cosa ti è successo il 7 ottobre. Allora cominciamo a raccontare la storia così come è accaduta, quando avevi otto anni, il 7 ottobre, una data che tutti conosciamo. Che cosa è successo?

In realtà, il 7 ottobre, alle sei del mattino, è iniziato tutto il caos. Verso le sei e mezza i terroristi di Hamas sono arrivati a casa nostra.

Avevate sentito le sirene?

Sì.

E poi, verso le sei e mezza, sentite delle persone fuori. Che cosa succede? Dove vi trovate in quel momento? E racconta con chi sei.

Quando loro erano nel kibbutz, a Nahal Oz, io e mia sorella Dafna eravamo nel Mamad (Merhav Mugan Dirati, “spazio abitativo protetto”), la stanza protetta della casa, e nostro padre era in salotto.

Quando li vede avvicinarsi, tuo padre corre da voi nel Mamad e vi dice di nascondervi sotto il letto. Quindi vi trovate nella stanza in cui bisogna stare quando ci sono le sirene, perché significa che ci sono dei missili. Ma in realtà non c’erano soltanto missili: erano entrati dei terroristi da Gaza nel kibbutz, giusto? E voi vi nascondete sotto il letto.

Sì.

E con chi sei in casa? Con tua sorella?

Sono con mia sorella e con il figlio di Dikla, Tomer Arava Eliaz.

Dikla è la compagna di tuo padre?

Dikla è la compagna di mio padre.

E tua madre si trova in un altro posto, perché i tuoi genitori non vivono insieme?

Sì.

Poi i terroristi entrano nella zona ed entrano in casa vostra. Che cosa succede?

Eravamo nel Mamad. Poi hanno preso Dikla e mio padre e li hanno fatti sedere da qualche parte. Hanno chiesto dove fossero i bambini. Sapevano che c’erano dei bambini in casa.

Poi hanno trovato sotto il letto me, mia sorella e Tomer. Ci hanno portati a sedere insieme a loro e poi hanno aperto una diretta.

Quindi vi portano in salotto e qualcuno prende un telefono e comincia a trasmettere tutto su Facebook.

Sì.

A quel punto lo abbiamo visto anche noi, tutti in Israele. Tuo padre era ferito. Poi dicono a Tomer, il tuo fratellastro: «Vieni con noi». Dove lo hanno portato?

Lo hanno portato con loro perché, se le persone del kibbutz avessero sentito una voce che conoscevano, forse sarebbero uscite. Ma non servì molto, perché sapevano che fuori c’erano dei terroristi.

Quindi hanno detto a Tomer di bussare alle porte?

Sì.

E di dire alle persone di uscire?

Sì.

Poi, a un certo punto, prendono te e tua sorella. Tu hai otto anni. Tua sorella quanti anni ha?

Quindici.

E vi portano in macchina?

Sì.

E cominciate a viaggiare verso Gaza?

Sì, ma prima eravamo in macchina con Dikla e mio padre. Poi siamo arrivati alla stalla, dove c’erano tutte le mucche. La macchina non funzionava più, quindi hanno lasciato Dikla e mio padre nell’auto e hanno preso me e mia sorella Dafna, mettendoci in un’altra macchina che probabilmente era in moto, o accesa, o qualcosa del genere. Con quella ci hanno portate a Gaza.

Dikla è stata uccisa, Tomer è stato ucciso e, più tardi, abbiamo scoperto che anche nostro padre era stato ucciso.

Quindi soltanto tu e tua sorella, da sole con i terroristi in macchina, andate verso Gaza.

Sì.

Dove vi hanno portato?

Ci hanno portato in diverse case.

Nella prima casa io ero ferita alla mano e mia sorella all’orecchio. Mi hanno ricucito due dita nella prima casa in cui siamo state. Poi ci hanno portate a una specie di ambulanza di Gaza e hanno ricucito l’orecchio di mia sorella Dafna.

E lì sei soltanto con tua sorella?

Sì.

Poi, nei giorni successivi, passate in altre case. I terroristi vi sorvegliavano?

Sì. C’erano circa tre terroristi che ci sorvegliavano. Uno, per esempio, era nel salotto, e ce n’erano altri che parlavano con le donne che erano lì.

E voi non sapevate che ci fossero altri israeliani a Gaza, giusto?

No. Pensavamo di essere soltanto noi.

Che cosa vi raccontavano?

Ci dicevano che non volevano che tornassimo, che non ci volevano.

Chi non vi voleva?

Dicevano che il popolo di Israele non ci voleva indietro, che saremmo rimaste lì e saremmo cresciute a Gaza.

A un certo punto vi portano sottoterra, giusto? Racconta com’era. Descrivi quello che hai visto.

Ci hanno portato in una specie di gabbia. Una gabbia simile a quelle per i cani, solo un po’ più grande.

Dove, sottoterra?

Sì.

Vi hanno fatto scendere e lì c’era una gabbia?

Sì. C’era una specie di gabbia. Ci hanno raccontato che avevano pianificato tutto da anni, che avevano pianificato proprio il 7 ottobre per circa sei anni e che avevano scavato i tunnel per diversi anni.

Ed eravate lì, dentro i tunnel. Poi avete visto che c’erano anche altri israeliani a Gaza, giusto?

Sì. In pratica coprivano la gabbia e poi facevano entrare altre persone, così noi non potevamo vederle.

In modo che non sapeste chi fossero, se ci fossero altre persone, chi, che cosa.

Dimmi, che cosa mangiavi lì per tutto quel tempo?

Non c’erano molte possibilità. C’erano fave oppure pita con za’atar. Dipendeva da quello che mangiavano loro. Se, per esempio, loro non mangiavano, non mangiavamo neanche noi. Se mangiavano carne, anche se non era kosher, noi non la mangiavamo.

E per tutto questo tempo vi dicevano che in Israele non vi volevano e che sareste rimaste lì.

Sì.

Quanto tempo siete rimaste nel tunnel?

Nel tunnel o in totale a Gaza?

In totale a Gaza.

A Gaza sono rimasta 51 giorni. Nel tunnel siamo state una o due settimane.

E che cosa succede dopo 51 giorni?

Nel tunnel ci comunicano che stiamo per tornare a casa. A quel punto non gli credevamo davvero, perché continuavano a dirci: «Tornerete, tornerete da vostra madre», e poi ci ingannavano continuamente.

Continuavano a mentirvi dicendo che sareste uscite.

Sì.

Poi, il cinquantunesimo giorno, vi fanno uscire e vi trasferiscono alla Croce Rossa.

Sì.

E che cosa succede?

Quando eravamo con la Croce Rossa e stavamo viaggiando, uno dei bambini lì, il figlio di uno dei terroristi, ha lanciato una pietra contro il finestrino della Croce Rossa. Ha colpito mia sorella alla schiena e lei ha riportato dei tagli provocati dai vetri.

Poi la Croce Rossa vi trasferisce e arrivate in Israele, giusto? Dai militari?

Sì. E dai militari siamo arrivate da mia madre, che ci ha raccontato che mio padre, Tomer e Dikla non erano più vivi.

Quindi siete rimaste soltanto tu, tua sorella e tua madre, che quel giorno si trovava in un altro posto.

Sì.

Che cosa hai provato quando hai visto tua madre?

Ho provato una specie di vittoria, perché la vedevo di nuovo. L’ultima volta che l’avevo vista era stata 51 giorni prima.

Sul tuo corpo sono rimasti dei segni di quel giorno, giusto?

Sì.

Che cosa hai?

Ho delle schegge di un proiettile di fucile e per questo mi hanno anche ricucito le dita.

Questo nel corpo. E nella mente? Che cosa pensi che ti sia rimasto, guardando indietro dopo quasi tre anni?

Mi sono rimasti ancora dei ricordi. Se vedo qualcosa che mi ricorda le cose che mi sono successe lì, non entro in ansia o qualcosa del genere. Semplicemente mi ricorda un po’ la prigionia.

Dimmi, tua madre, che è qui con noi, ha combattuto moltissimo per te e per tua sorella, anche attraverso i media italiani, perché siete cittadine italiane. Ha parlato molto e il popolo italiano ha sostenuto molto Israele. Perché sei qui oggi? Perché era importante per te venire? Quando te lo abbiamo proposto hai detto che volevi venire.

Perché altre persone sappiano quello che ho vissuto, quale sia la storia del popolo di Israele, che sappiano che cosa ci è successo.

Questa settimana avete avuto due belle notizie in famiglia, giusto?

Sì.

C’è una specie di happy end questa settimana.

Sì.

Cominciamo da tua sorella. Che cosa è successo a tua sorella?

Mia sorella si è arruolata nell’esercito, nelle Forze di Difesa Israeliane.

Quindi adesso ha 18 anni.

Sì.

E va nell’esercito come tutti. E ieri, proprio prima che salissi sull’aereo, avete ricevuto una telefonata dall’esercito. Che cosa vi hanno detto?

Che uno dei terroristi di Hamas che ci teneva prigioniere era stato ucciso.

Lo hanno preso?

Sì.

Lo hanno ucciso?

Sì.

E ieri ve lo hanno comunicato. Quindi è stata una buona settimana. Davvero.

Come stai oggi?

Sto bene. Ho superato la cosa più difficile di tutte.

Deve essere stato molto difficile per una bambina. Da dove hai tratto la forza durante quei 51 giorni? Sai spiegarlo?

Mia sorella mi ha dato la forza di resistere.

E di non pensare davvero che nessuno ci volesse, perché invece volevano che tornassimo.

Che cosa vuoi che sappiano le persone che sono sedute qui adesso? Quale messaggio vuoi trasmettere loro?

Che adesso sto bene e che anche il popolo di Israele sta ancora bene, si può dire.

Grazie mille.

Grazie mille.

Fawzia Amin Sido Yazida di Sinjar. Rapita dall’ISIS nel 2014, a dieci anni, liberata nel 2024.

Non sono qui per chiedervi compassione. Chiedo umanità.

Separata dal fratello di cinque anni, venduta, incatenata, picchiata e torturata. Nel 2020 fu trasferita a Gaza e costretta, sotto minaccia, a sposare un jihadista e ad avere due figli. «Voglio essere di nuovo soltanto una figlia. Una figlia che possa abbracciare di nuovo sua madre».

Leggi la testimonianza integrale di Fawzia Amin Sido

Trascrizione dell’intervento in sala.

Ce la fai a raccontarci che cosa sono stati per te questi dieci anni?

Sì, sì.

Signore e signori, gentili presenti, oggi mi trovo davanti a voi, qui in Italia, non per parlare di numeri e statistiche che poi scompaiono nei rapporti e vengono dimenticati. Sono qui come essere umano, come sopravvissuta yazida, come donna che ha vissuto e sopportato cose che nessun essere umano su questa terra dovrebbe vivere.

Mi chiamo Fawzia. Sono figlia della Sinjar ferita. Sono qui per essere la voce di migliaia di donne e bambini yazidi, le cui vite sono state rubate, le cui famiglie sono state distrutte e il cui futuro è stato strappato via.

Porto nel corpo e nell’anima una ferita che non si è rimarginata da dieci anni. Una ferita provocata dalla prigionia, dalla schiavitù, dalla violenza e dall’umiliazione.

La mattina del 3 agosto 2014, il sole non sorse su Sinjar. Respiravamo la morte. La cosiddetta organizzazione dello Stato Islamico, Daesh, attaccò la nostra terra. Nel giro di pochi giorni furono uccise più di 1.292 persone e furono rapite 6.417 donne e bambini.

Altre persone morirono sul monte Sinjar per la fame e la sete. Quella notte dormivamo sul tetto della nostra casa per sfuggire al caldo estivo. All’improvviso scoppiò il panico. La mia famiglia corse al piano di sotto. Io, una bambina che non capiva nulla della guerra, rimasi da sola sul tetto.

Rimasi lì per due ore mentre i proiettili cadevano intorno a me.

Quando poi fuggimmo, tenevo per mano mio fratello minore. Aveva cinque anni. Nella mia innocenza di bambina pensavo che la mia piccola mano potesse proteggerlo e che, finché la sua mano fosse rimasta nella mia, non gli sarebbe successo nulla.

Ma arrivarono gli uomini di Daesh e mi strapparono con la forza da mio fratello minore. Quell’ultimo contatto, il momento in cui la sua mano fu strappata dalla mia, è ancora oggi come un coltello nel mio cuore.

Signore e signori, avevo soltanto dieci anni.

Ero una bambina.

Ero una bambina, una bambina alla quale era stata rubata l’infanzia. Mi vendettero da un uomo all’altro, come se fossi un oggetto o un pezzo di mobilio. Senza sentimenti, senza sogni, senza dignità.

Mi misero le catene alle mani. Mi picchiarono e mi torturarono. Il mio corpo fu sottoposto a scariche elettriche e la mia innocenza venne distrutta.

Nel 2020 fui trasferita, come prigioniera, nella Striscia di Gaza. Lì mi vendettero a un jihadista. Sotto minacce e violenze fui costretta a sposarlo e ad avere due figli.

Ho vissuto per anni in schiavitù. Questa è la realtà che ho vissuto.

Per tre mesi mi rinchiusero in una stanza buia, senza letto e senza finestre, nel buio completo. Mi lasciarono affamata e mi negarono il cibo.

Per un mese intero mi costrinsero a dormire in piedi, perché non mi permettevano nemmeno di sdraiarmi.

Mi picchiarono per anni e mi frustarono con fili e cavi. Mi costrinsero a tutto, persino a dormire. Ero esausta e terrorizzata, al punto da essere costretta a dormire in piedi.

Ho tentato il suicidio diverse volte, soltanto per fuggire da quell’inferno.

Ma qualcosa mi mantenne in vita: la lingua di mia madre, la mia identità e il ricordo di mia madre. Non volevo permettere loro di cancellare mia madre dalla mia memoria.

Alla fine mi aiutò una donna coraggiosa. Mi diede di nascosto il suo telefono. Registrai un video mentre indossavo il niqab e lo pubblicai su TikTok.

Quello fu l’ultimo grido d’aiuto che la mia voce lanciò al mondo. La mia storia fu ascoltata. Il mondo credette alla mia storia.

E oggi sono qui non soltanto per me stessa, ma per ogni donna e ogni bambino la cui voce aspetta ancora di essere ascoltata.

Dopo questo iniziò un’operazione internazionale di salvataggio alla quale parteciparono Israele, gli Stati Uniti, l’Iraq, la Giordania e altri Paesi. Alla fine riuscirono a salvarmi e a trasferirmi in un luogo sicuro.

Oggi vivo in Germania sotto protezione umanitaria. Dopo dieci anni di prigionia, la libertà per me è ancora qualcosa che considero scontato.

Ma il mio ritorno è stato legato anche a una grande perdita.

Durante la mia prigionia, il mio sogno più grande era tornare un giorno e rivedere mio padre. Quel sogno mi dava la forza di continuare a vivere.

Ma mio padre è morto alcuni mesi fa. Non sono riuscita a rivederlo.

Ho aspettato dieci anni per quel momento e, quando sono tornata, lui non c’era.

Ancora oggi faccio fatica a descrivere questo dolore.

Quando sono arrivata in Germania ho trovato persone che mi hanno sostenuta. Tra le realtà che mi hanno accolta e accompagnata c’era Pena.ger.

È un servizio nazionale di consulenza online per il sostegno ai rifugiati. Le persone che lavorano lì mi accompagnavano agli appuntamenti ed erano al mio fianco quando non sapevo più che cosa fare.

Non mi hanno offerto soltanto consulenza. Mi hanno ascoltata, mi hanno accompagnata e mi hanno fatto sentire che non ero sola.

Per me sono diventati come una famiglia. Grazie al loro sostegno ho imparato di nuovo a ridere e a fidarmi degli altri.

Sarò loro grata per tutta la vita.

Oggi partecipo anch’io volontariamente al lavoro di Pena.ger. Lavoro lì come relatrice e speaker e cerco di dare una voce ai rifugiati yazidi, perché so, per esperienza personale, quanto sia importante avere qualcuno che ti ascolti e che non veda soltanto un caso o una pratica, ma l’essere umano che si trova dietro quel caso.

Ed è esattamente ciò che Pena.ger fa ogni giorno. Mi accompagna, accompagna i rifugiati e offre loro consulenza e sostegno.

Per poter continuare questo lavoro, l’organizzazione ha bisogno di persone che la sostengano. Per questo oggi vorrei chiedervi, se potete, di sostenere Pena.ger con una donazione, affinché anche altre persone possano ricevere l’aiuto che ho ricevuto io.

E affinché anch’io possa continuare il mio lavoro e costruire una vita indipendente, passo dopo passo.

Vorrei anche ringraziare personalmente due persone: Beybûn e Soniya.

Grazie perché siete state al mio fianco quando avevo bisogno di voi. Per me non siete soltanto due colleghe o due persone che mi sostengono, ma siete come due sorelle.

Grazie perché non mi avete lasciata sola.

Ma la mia storia non è ancora finita.

Mia madre oggi è malata. Vive in Iraq e lì lotta per la sua vita accanto a mio fratello.

Io qui sono al sicuro, ma nonostante questo mi sento impotente.

Non posso essere al suo fianco, non posso tenerle la mano, non posso stringerla al mio petto. E non so quanto tempo ci rimanga ancora insieme.

Per questo vi chiedo: dopo tutto quello che ho vissuto, dopo lo stupro, la tortura, la schiavitù e dieci anni di prigionia, non ho forse il diritto di trascorrere il resto della mia vita accanto a mia madre malata?

Quello che ho vissuto non conta?

Non ho il diritto di rivedere mia madre?

Oggi sono qui non per chiedervi compassione. Chiedo umanità.

Faccio appello alla vostra coscienza e alla nostra responsabilità comune gli uni verso gli altri.

Faccio appello alla comunità internazionale, al governo tedesco e a tutte le organizzazioni per i diritti umani.

Chiedo che venga concessa un’eccezione umanitaria e che sia consentito il ricongiungimento familiare con mia madre e mio fratello in Germania.

Per me il ricongiungimento familiare non è soltanto una procedura burocratica o un pezzo di carta, dopo dieci anni di violenza.

Per me significa sopravvivenza, sicurezza e la possibilità di stare finalmente di nuovo con la mia famiglia.

Voglio rivedere mia madre, tenerle la mano e dirle: «Mamma, sono tornata».

Per questo vi prego: non smettete di cercare gli yazidi, le donne yazide e le persone scomparse.

Dietro ogni persona scomparsa c’è una famiglia che aspetta, spera e vive ogni giorno nell’incertezza.

Salvate ciò che resta della mia famiglia.

Aiutatemi a rivedere mia madre e a vivere finalmente, dopo dieci anni, una vita sicura e dignitosa.

Voglio essere di nuovo soltanto una figlia. Una figlia che possa abbracciare di nuovo sua madre.

Grazie.

Grazie. Grazie davvero per questa testimonianza. E adesso passiamo a un’altra…

Aviva Siegel parla al microfono accanto a Daniela Santanchè

Aviva Siegel Rapita da Hamas il 7 ottobre insieme al marito Keith. 51 giorni di prigionia.

L’unica cosa che avevo in testa era: per favore, lasciatemi morire per prima.

La fame, il tempo sottoterra, il controllo totale dei carcerieri. Ha ricordato Ela, seduta sulle sue gambe il cinquantunesimo giorno, mentre i sequestratori dicevano alle due bambine che non avrebbero avuto una casa a cui tornare. «Mi furono tolti tutti i diritti umani. Voglio che questo mondo si svegli».

Leggi la testimonianza integrale di Aviva Siegel

Trascrizione dell’intervento in sala.

Grazie, grazie. A tutti quelli che mi stanno ascoltando voglio dire, prima di iniziare, che le parole sono potenti e significano moltissimo. Sono qui per parlare della verità e diffonderla in tutto il mondo, ovunque io possa. Sono stata lì per 51 giorni, proprio come Ela, che avete visto prima. Voglio raccontarvi l’ultimo giorno che ho trascorso con Ela.

Quando ho incontrato lei e sua sorella, Dafna aveva 15 anni ed Ela ne aveva otto. Dafna mi guardò e mi disse: «Non dimenticherò mai quando le hanno riunito le dita, perché erano separate, e non le hanno dato alcun anestetico. L’hanno portata da un veterinario. Non dimenticherò mai le sue urla».

Io non conoscevo Dafna e non conoscevo Ela. Ma era come se Dafna avesse aspettato di poterlo raccontare a qualcuno. Se lo era tenuto dentro per 51 giorni. E fui io ad ascoltarla. Per lei, come sorella, era molto difficile raccontare quanto avesse sofferto la sua sorellina.

Keith e io, mio marito, siamo stati rapiti il 7 ottobre, proprio come Ela.

In modo molto brutale. I terroristi di Hamas irruppero nella nostra casa e ci portarono via. Non mi lasciarono nemmeno uscire dalla finestra sulle mie gambe: mi buttarono fuori. Mi lesionai il menisco del ginocchio. Ci spinsero e ruppero le costole di Keith. Ci spararono e uno dei proiettili colpì la mano di Keith.

Eravamo lì, nell’auto di Keith, a Gaza, mentre tutti stavano in piedi e applaudivano vedendo Keith e me. Io avevo 62 anni. Keith ne aveva 65. Tremavamo. Non capivamo.

Che cosa ci facevamo a Gaza? Noi eravamo persone che cercavano la pace. Preparavamo il caffè e davamo biscotti alle persone di Gaza che venivano a lavorare nel kibbutz.

Eravamo brave persone e resteremo brave persone. Non capivamo che cosa ci stessero facendo.

Ma tutto cambiò. Cambiò la nostra vita. Il 7 ottobre, in due secondi, fummo portati sottoterra e lasciati lì. Sottoterra non c’era ossigeno.

Non dimenticherò mai quando, dopo un paio di giorni con pochissima acqua e quasi senza cibo, Keith mi guardò e disse: «Aviva, sento che non riesco a respirare».

Anch’io cercavo di respirare. Ma lui ebbe il coraggio di dirmi quello che provava, perché aveva paura.

Quello fu un momento in cui avemmo paura insieme, pensando che saremmo morti.

Dissi a Keith: «Sdraiati e respira».

Poi sentimmo i terroristi di Hamas scendere. Uno di loro ci guardò e disse: «Mi dispiace».

[Passaggio successivo poco chiaro nella registrazione.] Poi ci lasciarono lì, sottoterra, a morire.

Ero sdraiata accanto a Keith e pensavo: «Non guarderò Keith. Non voglio vederlo morto».

Cercavo di capire che cosa avrei provato mentre morivo, pensando che Keith potesse morire prima di me. E l’unica cosa che avevo in testa era: «Per favore, lasciatemi morire per prima».

Non volevo vederlo morto. Quello fu uno dei momenti che attraversammo in cui toccammo la morte.

Sono molto, molto fortunata a essere seduta qui e a raccontarvi la verità. Sono testimone di ciò che facevano i terroristi di Hamas, facendo tutto quello che volevano. Guardatemi. Sono una persona innocente. Sono una nonna di cinque nipoti meravigliosi che vogliono soltanto il bene per tutti. Sono stata insegnante per più di quarant’anni. E lì appartenevo ad Hamas. Hamas poteva fare di noi quello che voleva.

Mentre noi soffrivamo la fame e perdevamo peso, loro ingrassavano. Quando restavamo senza mangiare per più di 24 ore e chiedevamo del cibo, i terroristi di Hamas rispondevano, senza battere ciglio: «Ci vuole molto tempo per preparare il cibo».

E che cosa ricevevamo? Mezza pita. Era così secca che dovevo bere acqua per riuscire a mandarla giù.

In quel momento decisi di conservare del cibo per mio marito, perché vedevo che era molto, molto magro e molto debole.

Così mangiai soltanto un quarto di pita. E il giorno successivo un altro quarto, perché avevo nascosto il resto per Keith.

Keith disse: «No, Aviva, non lo mangio. Lo devi mangiare tu».

E io gli dissi: «No, Keith. Guardati».

La cosa peggiore per me era vedere Keith soffrire. Vedere soffrire Liri, Agam e Amit, le ragazze con cui siamo rimasti a lungo.

Non dimenticherò mai una delle ragazze che rientrò nella stanza dopo essere andata in bagno. Tremava.

Sapevo che, se mi fossi alzata per abbracciarla, avrebbero potuto uccidermi.

Ma lo feci. Perché sono un essere umano.

Mi ha quasi uccisa. Mi ha quasi uccisa soltanto perché l’avevo abbracciata.

Era così giovane. Poi capii che cosa le era successo. La cosa peggiore che una ragazza possa subire.

Sono testimone di una delle ragazze minacciata con una pistola davanti ai miei occhi.

Il terrorista di Hamas le diceva: «Un’altra mossa e ti uccido», perché pensavano che stesse mentendo. Ma non stava mentendo.

Sono testimone di Keith che chiese soltanto di poter muovere un po’ il corpo. Eravamo sdraiati sul pavimento e dovevamo restare completamente, assolutamente in silenzio, perché così ci avevano ordinato.

Voleva soltanto muoversi. Lo minacciarono dicendo che lo avrebbero ucciso. Sono testimone della fame che Keith e io abbiamo sofferto. Sono testimone delle tante volte in cui Keith cercava di alzarsi e cadeva.

E a me non era permesso piangere. Non potevo piangere. Mi nascondevo. Mi mettevo una mano sul viso e mi sdraiavo su un materasso sottilissimo, quando avevamo un materasso, e piangevo in modo che non mi vedessero.

Perché non mi era permesso.

Mi furono tolti tutti i diritti umani.

Tutti i diritti umani furono tolti a Ela, a mio marito e agli ostaggi che erano a Gaza.

Non so quanti di voi abbiano visto l’immagine di uno degli ostaggi. Si chiama Evyata. Lo hanno affamato e gli hanno detto di scavarsi la propria tomba.

Voglio dirvi una cosa. Quando mio marito tornò a casa dopo 484 giorni, era esattamente così. Lo avevano affamato.

Non lo mostrarono a tutti mentre scavava la propria tomba, ma è così che lo fecero sentire.

Aveva 67 anni.

Mi chiedo perché. Ho così tante domande.

Perché? Perché Hamas si permette di agire e comportarsi così? Perché? Non capisco.

Sono successe tantissime cose durante quei 51 giorni.

Mi hanno chiesto più e più volte come abbia fatto a conservare la speranza.

Voglio sorprendervi tutti: non avevo speranza.

Era troppo per me. In tantissimi momenti volevo soltanto morire. E in tanti momenti sono stata vicina alla morte. Ci portavano in edifici dai quali i terroristi di Hamas lanciavano razzi verso Israele. Tutto l’edificio tremava come durante un terremoto. Sentivo di voler reggere il soffitto perché non cadesse su Keith e non lo uccidesse. Ma non potevo muovermi. Mi avevano ordinato di restare seduta. Non dimenticherò mai uno di quei giorni. Dissero a Keith, a me e alle ragazze che erano con noi di sederci sul pavimento, contro il muro, uno accanto all’altro. Loro tre portarono delle sedie e si sedettero davanti a noi con le pistole.

Rimasero lì a lungo, parlando e sorridendo. Avevano il controllo su di noi.

Non capivo perché. Non capivo perché, una notte, tirai fuori un piede dalla coperta perché avevo caldo, come fa chiunque, e mi minacciarono dicendomi che, se l’avessi fatto di nuovo, mi avrebbero uccisa.

Non mi era permesso farlo. Può sembrare una cosa così piccola, ma non lo è. Voglio dirvi che avevano il controllo su di noi. Su ogni singola cosa che facevamo. Quando Keith rimaneva in bagno per più di due minuti, uno di loro quasi sfondava la porta e la apriva ordinandogli di uscire. Keith aveva un forte mal di pancia. Voleva restare seduto ancora un po’, ma non glielo permettevano. Semplicemente non glielo permettevano.

Ora Keith è a casa e siamo fortunati. Evyatar è a casa e tutti gli ostaggi sono a casa. Io però voglio continuare a parlarne.

Anche se per me è difficile.

Voglio che questo mondo si svegli e che diventi un mondo migliore per le ragazze in Afghanistan, in Iran, in Israele.

Non dimenticherò mai la guerra, quando l’Iran decise di voler distruggere Israele e i razzi volavano dappertutto.

Mio nipote aveva cinque anni. Sua madre, mia figlia, non riusciva a farlo smettere di tremare.

Perché? Perché? Perché deve vivere una cosa del genere?

Non dimenticherò mai Ela, seduta sulle mie ginocchia il cinquantunesimo giorno, mentre i terroristi di Hamas sorridevano e dicevano a lei, a me e a sua sorella Dafna: «Israele non esiste. Non avete più un posto dove tornare. Vi porteranno in Europa».

E questa bambina di otto anni non riusciva a smettere di piangere. La abbracciavo, la abbracciavo e la abbracciavo e le dicevo: «Non preoccuparti, mi prenderò cura di te. Andremo in Europa. Non preoccuparti, mi prenderò cura di te». Ma pensate a che cosa deve aver provato quella bambina. E a come mi mostrò le sue dita e mi raccontò quello che le avevano fatto. Perché?

Husna Jalal Attivista afghana perseguitata dai talebani, fondatrice di Women for Change International.

Siamo fuggiti dal nostro Paese. Dove dovremmo andare adesso, su Marte?

Ha denunciato l’esclusione delle ragazze dall’istruzione oltre la sesta classe: un «apartheid di genere». E ha avvertito l’Europa: «Le ideologie islamiste non rispettano i confini».

Leggi la testimonianza integrale di Husna Jalal

Trascrizione dell’intervento in sala.

Arrivo dalle montagne, da una terra di poesia e diversità: l’Afghanistan. Il mio Paese ha dovuto sopportare l’estremismo per più di quattro decenni e ha pagato un prezzo molto alto per l’emergere di gruppi politici islamici.

Voglio iniziare dalla realtà di oggi in Afghanistan, in Medio Oriente e in Iran. Che si tratti di Hamas, dei Talebani o della Repubblica Islamica, vedo una somiglianza: diffondere terrore e paura per mettere a tacere le voci che cercano di alzarsi contro di loro.

Oggi alle ragazze in Afghanistan vengono negati i diritti umani più fondamentali, a cominciare dal diritto all’istruzione. Le ragazze oltre la sesta classe non possono andare a scuola e il loro crimine è essere nate donne in Afghanistan. Non credo che questo stia accadendo in nessun’altra parte del mondo.

Le donne sono state escluse da molte aree del lavoro e della vita pubblica. La loro libertà, la loro indipendenza e la loro capacità di partecipare al futuro del proprio Paese sono state severamente limitate da gruppi islamici. Ma le donne nel mio Paese, le donne in Afghanistan, le donne in Iran e le donne in Medio Oriente continuano a resistere.

Continuano a imparare, continuano a organizzarsi, a farsi sentire e a sperare in un futuro luminoso. Ma c’è un altro messaggio che voglio portare qui oggi: ciò che sta accadendo in Afghanistan, in Iran e in Medio Oriente ha un fattore comune, ed è l’ideologia estremista. È sostenuta da forze antidemocratiche nella regione.

Per molti anni l’estremismo islamico è stato trattato principalmente come un problema dell’Afghanistan, dell’Iran e del Medio Oriente, o di altre società lontane. Ma le ideologie estremiste non rispettano i confini. Reti e movimenti che promuovono ideologie politiche islamiste estremiste operano anche oltre l’Afghanistan e il Medio Oriente, compresa l’Europa.

Le loro forme, i loro metodi, la loro influenza e il livello della minaccia variano molto da Paese a Paese. Ma quando i movimenti estremisti cercano di minare l’uguaglianza, il pluralismo, la libertà di espressione, i diritti delle donne e le istituzioni democratiche, questo diventa una sfida che riguarda tutti noi. L’estremismo è una sfida condivisa.

Le donne dell’Afghanistan sanno cosa può accadere quando i movimenti estremisti conquistano il potere politico e i diritti delle donne diventano negoziabili. Tutti noi viviamo le conseguenze di questo. Questa esperienza non dovrebbe essere ignorata. Le donne stanno pagando un prezzo straordinario per il ritorno dei Talebani e per l’istituzionalizzazione della discriminazione contro donne e ragazze.

Quello che sta accadendo nel mio Paese viene sempre più spesso descritto dalle donne afghane e dagli attivisti per i diritti umani come apartheid di genere. E in tutta la regione abbiamo visto donne dimostrare un coraggio straordinario. Le donne in Afghanistan hanno protestato nonostante arresti e intimidazioni. Le donne in Iran hanno sfidato le restrizioni dello Stato nonostante enormi rischi personali.

Il loro coraggio ci dice qualcosa di importante. La risposta più forte all’estremismo deve includere le persone che lo affrontano dall’interno delle proprie società. Ed è per questo che abbiamo bisogno di un nuovo approccio. Contrastare l’estremismo dovrebbe diventare parte delle nostre agende bilaterali e multilaterali.

E, come hai detto nello specifico, voglio affrontare anche questo punto: cosa significa la libertà, cosa significa essere fuori dall’Afghanistan. All’inizio, quando sono arrivata in Europa — vivo nei Paesi Bassi — naturalmente sembrava tutto diverso, ma ora vedo che i gruppi estremisti esistono anche qui.

Mentre parlavo con un’amica olandese, analizzando la situazione dei gruppi islamisti in Europa, le dicevo che non ci sentiamo al sicuro. E dove dovremmo andare da qui? Siamo fuggite dalla nostra patria, siamo arrivate qui, dove pensavamo di trovare protezione per i difensori dei diritti umani, e da qui dove dovremmo andare, su Marte? Lei ha riso e ha detto: no, non permetteremo che accada.

Quindi, mentre sono qui oggi e uso questa piattaforma, voglio esortare i decisori politici e le persone che occupano posizioni di potere a non considerare l’estremismo soltanto un problema dell’Iran, dell’Afghanistan e del Medio Oriente. Esiste nel centro dell’Europa ed è davanti a voi. Quindi, per favore, non ignoratelo. Non ignoratelo.

Vedo un’Europa diversa nei prossimi decenni. Non so se questo accadrà. Spero che non accada. Ma allora dove andremo?

Oggi parlavo anche con una delle persone presenti del fatto che abbiamo avviato un movimento per vietare il burqa. Sono molto felice che questo stia già accadendo in Italia, quindi è un buon passo. Spero davvero che i parlamentari di tutta Europa comprendano questo fattore come una minaccia e lavorino insieme, come coalizione, come gruppo, per contrastarlo e sostenere le donne dell’Afghanistan e le donne dell’Iran.

Sostenete le donne che vivono in Medio Oriente. Il cambiamento avverrà soltanto dall’interno. Non stiamo chiedendo all’Europa di venire a liberarci in quei Paesi, ma di sostenerci. Perché se l’estremismo non verrà affrontato lì, arriverà qui. E penso che sia già qui.

Grazie mille.

Elaheh Tavakolyan Vittima dei Pasdaran, ha perso un occhio durante le proteste del movimento Donna, Vita, Libertà.

Vedete una terrorista?

Ha aperto così, con il pugno alzato. Alla figlia che le chiedeva perché manifestare aveva risposto: «Per la libertà. Perché voi non diventiate come la nostra generazione, repressa e costretta al silenzio». «Se tornassi indietro rifarei la stessa scelta».

Leggi la testimonianza integrale di Elaheh Tavakolyan

Trascrizione dell’intervento in sala.

Volevo dire che la vicenda dell’Iran e della libertà dell’Iran continua e non è finita. Come sapete, nelle carceri iraniane ci sono ancora persone che lottano per la libertà e che aspettano una condanna a morte, alcune delle quali sono ormai a un passo dalla forca.

Una di queste persone è Ali Zari, che, come me, ha perso un occhio. Dopo essere venuto in Germania per curarsi, è tornato in Iran. Purtroppo è stato condannato a morte e adesso si trova in isolamento.

Questa situazione è molto preoccupante e chiediamo alla comunità dei diritti umani e a tutti voi di essere la sua voce e la voce di tutti coloro che lottano per la libertà, affinché non vengano messi a morte.

Questa è la foto del mio compagno Ali Zari, che ha ricevuto una condanna a morte. Molti di questi giovani sono a un passo dalla forca. Stiamo parlando di una persona, di qualcuno che ha perso un occhio per la libertà e che adesso rischia di perdere anche la vita.

La lotta degli iraniani non è ancora finita. Oltre a tutte le vittime che hanno perso la vita per ottenere la libertà, ci sono molti prigionieri politici nelle carceri che aspettano la morte.

Questo ragazzo, Ali Zari, è uno dei partecipanti alle proteste del movimento Donna, Vita, Libertà. Come me, ha perso un occhio per la sua lotta. Era qui in Germania, era qui in Europa, ma non riusciva a stare lontano dall’Iran ed è tornato in Iran.

Appena è tornato, lo hanno arrestato. È in prigione e gli hanno dato una condanna a morte. Oltre ad aver perso un occhio, adesso rischia di perdere anche la vita per la libertà.

Chiediamo alla comunità internazionale e alle associazioni per i diritti umani di non sottovalutare assolutamente la questione dei prigionieri politici. Dall’inizio dell’anno fino ad oggi hanno ucciso, hanno impiccato più di mille persone. Dopo la fine della guerra, diciamo, hanno ucciso più di mille persone. Questa non è una questione da sottovalutare.

Spero che arrivi un giorno in cui le persone non siano costrette a perdere la vita per la libertà, non siano costrette a scendere in strada e a perdere un occhio. Spero che arrivi il giorno della libertà e che tutti noi possiamo assistere alla festa della libertà.

Ringrazio voi e il governo italiano, che aiuta me e altre persone a far sentire la nostra voce.

Grazie a tutti.

  • Non c’è niente di più prezioso, per una donna, della libertà.Farnoush Hamidian, modella e attrice
  • La moda è uno specchio dei tempi.Chiara Boni, stilista
  • Il burqa è una prigione portatile.Daniela Santanchè, senatrice
  • Non può esserci libertà senza sicurezza.Elena Murelli, senatrice

03 Il programma

Quattro panel, dalle 14:00 alle 18:30.

Tocca un panel per vedere chi c’era.

  1. 14:00

    Saluti iniziali

    Dario Peirone, direttore generale del Milton Friedman Institute. Intervengono Mariastella Gelmini, Riccardo Truppo e Mariofilippo Brambilla di Carpiano. Lettere dei ministri Alessandra Locatelli e Maria Elisabetta Alberti Casellati, del sottosegretario Massimo Dell’Utri e del presidente Attilio Fontana.

  2. 14:30 – 15:30 Panel 1 · Donne che lottano per la libertà Modera Hoara Borselli. Le testimonianze di Ela Elyakim, Fawzia Amin Sido, Elaheh Tavakolyan e Husna Jalal.
    Introduce
    On. Roberto Bagnasco, deputato (Commissione Affari Sociali): «il destino dell’Iran appartiene solo al suo popolo».
    Testimonianze
    Ela Elyakim · Fawzia Amin Sido · Elaheh Tavakolyan · Husna Jalal
    Concludono
    Andrea Morigi (Libero) · Sergio Gaddi e Giulio Gallera, consiglieri regionali Lombardia · On. Alessia Ambrosi, deputata
  3. 15:30 – 16:30 Panel 2 · 7 ottobre: la violenza contro le donne come strumento di terrore Modera Francesco Vecchi. Lo studio di Ruth Halperin-Kaddari e la testimonianza di Aviva Siegel.
    Introducono
    On. Andrea Orsini, deputato (Commissione Affari Esteri) · On. Riccardo De Corato
    Lo studio
    Prof.ssa Ruth Halperin-Kaddari, giurista, già vicepresidente del Comitato ONU CEDAW, cofondatrice del Dinah Project: la documentazione delle violenze sessuali del 7 ottobre e durante la prigionia degli ostaggi.
    Testimonianza
    Aviva Siegel, sopravvissuta al 7 ottobre ed ex ostaggio di Hamas
    Concludono
    Antonio Picasso (Il Riformista) · Celeste Vichi · Marco Bestetti, consigliere regionale Lombardia
  4. 16:30 – 17:30 Panel 3 · Donne e sicurezza: diritti universali Modera Emanuela Gentilin. Introduce la senatrice Elena Murelli: «non può esserci libertà senza sicurezza».
    Introduce
    Sen. Elena Murelli, Segretario di Presidenza del Senato
    Intervengono
    Eli Borhan, attivista, testimone e vittima di violenza in Iran · Chiara Pochetti, fondatrice e AD di GIOIA ETS · Keda Kaceli, consigliere comunale di Tirana · On. Mariela Magallanes, ex deputata italo-venezuelana · Mona Jafarian, attivista e saggista franco-iraniana
    Concludono
    Avv. Cataldo Calabretta, giornalista e docente · Manel Msalmi, presidente della European Association for the Defense of Minorities
  5. 17:30 – 18:30 Panel 4 · Cosa nasconde il tuo make-up? Modera Barbara Politi. Introduce la senatrice Daniela Santanchè. La moda entra in sala con Chiara Boni, Farnoush Hamidian e una sfilata della linea «Lux».
    Introduce
    Sen. Daniela Santanchè, senatrice ed ex ministro: cinque priorità, dalla libertà di scelta nell’abbigliamento al contrasto di matrimoni forzati e mutilazioni genitali, fino al coinvolgimento della moda per dare voce alle donne private dei diritti.
    Intervengono
    Chiara Boni, stilista · Farnoush Hamidian, modella e attrice · Filippo Bruno di Tornaforte, stilista · Marina Ghamari, fashion designer · Parvaneh Hassibi, medico · Melika Kiyan, anestesista, Associazione Italia–Iran · Francesca De André, artista · Taylor Mega, modella · Valeria Castellani, Head of Security di Prada Group
  6. 18:30

    Conclusioni

    Dario Peirone, direttore generale del Milton Friedman Institute.

La campagna

Un’equazione sui maxi-schermi di Milano.

Durante la Fashion Week, sui LED wall della città, l’immagine scelta dal Milton Friedman Institute. Tutti i relatori, sul palco, l’hanno condivisa.

Hamas = Isis = Talebani = Regime iraniano. Hanno ucciso decine di migliaia di donne e bambini. Non voltarti dall’altra parte.

06 Il messaggio

La libertà è sempre di moda

La libertà delle donne non appartiene a una cultura, a un Paese o a una parte politica. È un diritto universale.

Difenderla significa opporsi alla violenza, alla repressione e all’estremismo.

Durante la Milano Fashion Week, la moda ha dato voce a chi non ha voce.

La libertà non può essere un privilegio riservato soltanto ad alcune donne.

Il silenzio è assordante.

Guarda le foto